Occhi è la prima pubblicazione di Alessandro Fatatis, una raccolta di quindici racconti uniti da un elemento comune: gli occhi, attraverso cui ciascuno osserva e interpreta il mondo in modo diverso. Le esperienze personali, il ruolo che ricopriamo nella società e la nostra identità contribuiscono a determinare ciò che vediamo e il significato che attribuiamo alla realtà.
Nato a Salerno nel 1980, Alessandro Fatatis vive a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, e lavora presso la Corte d’Appello di Napoli come cancelliere. In questa intervista racconta la genesi di Occhi, il processo creativo che ha dato vita ai quindici racconti e la difficoltà di provare a guardare il mondo attraverso gli occhi di persone lontane dalla propria esperienza.
Alessandro Fatatis racconta Occhi: un’intervista sulla prospettiva e sullo sguardo
1. Se gli occhi sono uguali dal punto di vista anatomico, ma non restituiscono mai la stessa realtà, quanto della nostra identità nasce proprio dal modo in cui guardiamo? C’è uno sguardo che, scrivendo «Occhi», ha scoperto di avere anche su sé stesso?
Alessandro Fatatis: A mio avviso non è la nostra identità che viene influenzata e si costruisce dal modo in cui guardiamo il mondo ma è l’esatto opposto: la nostra identità influisce sul modo in cui scegliamo di guardare tutto ciò che ci circonda. Se guardo uno straniero, per esempio, sarà la mia identità a dirmi se sto guardando una minaccia o una fonte di arricchimento del mio bagaglio di conoscenze ed esperienze; non viceversa.
“Occhi”, nei suoi 15 racconti, rappresenta una raccolta di tanti sguardi che mi appartengono e tutti loro facevano profondamente parte di me già prima che decidessi di trasferirli su carta.
2. Nel libro mette idealmente il lettore davanti a persone molto diverse tra loro: un neonato, un netturbino, un sanitario. Che cosa succede quando si prova davvero a spostare il proprio punto di vista e a guardare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro? Qual è stato lo sguardo più difficile da abitare?
Alessandro Fatatis: “Guardare il mondo con gli occhi degli altri”, messaggio cardine del mio libro, è un’attività molto difficile e complessa anche perché inevitabilmente mancano delle sfumature che permettano di farlo appieno. Sono convinto, però, che ognuno di noi debba provarci ogni tanto perché solo provando a vedere il mondo attraverso gli occhi altrui è possibile sviluppare in maniera completa il senso di comunità, il concetto di empatia, il principio di solidarietà che sono fondamentali per un corretto “vivere comune”.
La difficoltà maggiore è stata tentare di compenetrarsi con figure a me molto distanti (il celerino, il cecchino ma anche il ginecologo giusto per fare qualche esempio) ma in quei casi ho tratto il necessario aiuto dalla fantasia e dall’immaginazione, elementi che nello scrivere libri ci si può permettere di usare.

3. Quindici racconti possono essere letti come quindici finestre sulla realtà. Ha scelto prima le persone e le loro storie e poi gli occhi come filo conduttore, oppure è stato proprio il tema degli occhi a generare i personaggi? In altre parole: da dove nasce, per lei, una storia?
Alessandro Fatatis: Quando ho scelto di sperimentarmi nella scrittura, dopo anni e anni passati “al di qua” delle pagine di un libro essendo da quasi quarant’anni un accanito lettore, ho preferito partire dall’idea, dal filo conduttore che ho poi seguito nella stesura dei racconti.
Le figure alla base di ogni racconto sono venute fuori con il tempo: non sono io che ho scelto loro ma sono loro che hanno bussato alla porta della mia testa chiedendomi di uscire fuori per essere trasferite sulle pagine del libro. Alcune di esse sono il frutto di esperienze dirette; altre sono personaggi che ho conosciuto nel corso della mia vita; altre ancora sono, come detto in precedenza, frutto della fantasia ma una fantasia sempre ispirata da un pizzico di realtà.
4. Guardare significa anche selezionare: ciò che notiamo acquista importanza, mentre ciò che resta fuori dal nostro campo visivo rischia di diventare invisibile. Nei suoi racconti c’è qualcosa che ha scelto deliberatamente di lasciare fuori dall’inquadratura, e perché?
Alessandro Fatatis: Questa è una domanda molto bella ma alla quale, allo stesso tempo, è difficile rispondere. Facendo un passo indietro e ripercorrendo il processo creativo che mi ha accompagnato nella stesura del libro non credo di aver lasciato dietro di me qualcosa di non detto, non scritto, non approfondito. Forse qualche figura ha tentato di bussare alla porta della mia testa non ricevendo alcuna risposta ma se ciò è successo è perché, evidentemente, i tempi non erano ancora maturi perché uscisse allo scoperto.
5. Gli occhi possono essere testimoni, ma anche tradire: possono mostrare una verità, nasconderla o farci credere di aver capito qualcosa che in realtà non comprendiamo. Quanto le interessava giocare, nei racconti, con la distanza tra ciò che vediamo e ciò che è veramente?
Alessandro Fatatis: Se c’è una cosa che gli occhi non fanno mai è mentire. Le immagini che gli occhi ci restituiscono sono sempre reali e siamo poi noi a scegliere se accettarle per quelle che sono o modificarle in base a ciò che riteniamo ci faccia più comodo.
Nel libro ho portato avanti l’idea che ogni cosa possa avere un’interpretazione diversa in base al soggetto che la osserva ma è sempre un’interpretazione reale, veritiera. Sinceramente non ero particolarmente interessato a soffermarmi sul confine che separa ciò che vediamo da ciò che è veramente.
6. «Occhi» è la sua prima pubblicazione. Dopo aver accompagnato per quindici racconti sguardi così diversi, è cambiato il suo modo di osservare le persone e i luoghi nella vita quotidiana? E oggi, quando incontra qualcuno per la prima volta, cerca ancora di capire chi è attraverso ciò che vede?
Alessandro Fatatis: “Occhi” rappresenta il perfetto riassunto del modo con il quale guardo quotidianamente tutto ciò che mi circonda pertanto poco è cambiato in me e nel mio modo di essere dalla pubblicazione del libro.
Diciamo che da quando ho scritto il libro quello che è cambiato nel mio modo di osservare il mondo è la ricerca di nuovi spunti, nuovi stimoli che permettano alle figure a cui non ho aperto la porta, ovvero quelle a cui ho fatto riferimento qualche riga più su, di poter finalmente uscire ma non è detto che ciò possa accadere.