Un soldato disperso sul fronte russo, una famiglia che lascia il Molise per cercare nuove opportunità, una missione in Ciad e gli appunti di un padre che diventano un libro dopo la sua scomparsa. Sono vicende diverse, eppure nelle pagine di Stefano Venditti si incontrano attraverso un elemento comune: la volontà di comprendere le persone e restituire valore alle loro esperienze.
Giornalista e scrittore, Venditti ha costruito un percorso che attraversa la cronaca, la narrativa e la saggistica, mantenendo al centro l’attenzione per le storie umane. Da Viaggio di sola andata a L’Italia capovolta, passando per La diversità è una risorsa e Il Molise a tavola, i suoi libri affrontano la memoria storica, la migrazione, la solidarietà e il legame con le proprie radici.
Stefano Venditti ci racconta le esperienze che hanno dato forma alla sua scrittura, partendo dalle persone incontrate durante il lavoro giornalistico ai progetti nati dal desiderio di essere concretamente d’aiuto, fino alla scelta di portare a compimento il lavoro lasciato dal padre. Un dialogo sul significato di raccontare la realtà e sulla responsabilità di custodire ciò che merita di essere tramandato.
Raccontare per non dimenticare: intervista a Stefano Venditti
Dalla direzione del giornalino scolastico “Mare Nostrum” fino al giornalismo professionale: cosa è cambiato nel tuo modo di raccontare le storie e cosa, invece, è rimasto intatto di quella passione nata sui banchi di scuola?
Posso ritenermi fortunato perché, nonostante tutto, sono riuscito a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Il piacere dello scrivere e il concretizzare in parole tutto quello che vedevo mi ha sempre affascinato sin dalla tenera età. La mia penna o il mio computer sono stati sempre a disposizione per raccontare storie, storie diverse, storie da ricercare, storie che ai più non interessavano o non ritenevano degne di essere raccontate.
Ho sempre voluto dar voce e spazio a chi lo cercava e non lo trovava. A chi lanciava un grido di aiuto, sostegno e non veniva ascoltato. Un giornalismo di ricerca e di profondo studio, non superficiale, che è sempre andato nel cuore delle storie e che è riuscito sempre a mettere in luce il lato umano delle persone.
La passione, ovviamente, è rimasta inalterata, anzi è aumentata, mentre il modo di raccontare e scrivere è mutato negli anni grazie all’esperienza e alla crescita professionale acquisita e ai numerosi incontri avuti con colleghi più esperti di me che mi hanno fatto da “chioccia” e a tutti coloro che ho incontrato in questi lunghi anni di professione. Ognuno di loro mi ha arricchito in diversi modi e mi ha lasciato un bagaglio emozionale e culturale davvero irripetibile.
Nei tuoi libri emerge spesso l’attenzione verso storie e persone che rischiano di rimanere ai margini del racconto pubblico. Dal mondo paralimpico raccontato in CIP Molise 15/03/2008 – 15/03/2028 alle esperienze raccolte ne L’Italia capovolta: quanto il giornalista e quanto lo scrittore convivono nel tuo modo di osservare la realtà?
Mi definisco un giornalista prestato al mondo della letteratura. Malgrado abbia iniziato la mia carriera di scrittore nel 2018, il mio modo di scrivere e di analizzare le cose rimane quello giornalistico. Tutti coloro che hanno avuto il piacere di leggere i miei liberi mi hanno sempre ribadito che si sente forte l’anima del giornalista nei miei scritti e questo, a quanto pare, è piaciuto molto. Non è stato un punto a sfavore, anzi, i miei lettori hanno apprezzato molto questa caratteristica del mio scrivere che, forse, mi differenzia dagli altri scrittori.
Io ancora non mi definisco un vero e proprio scrittore e proprio per questo motivo ho voluto affrontare nei miei primi cinque libri argomenti, tematiche e generi diversi proprio per mettermi alla prova e per vedere come avrei reagito nello scrivere un romanzo, un saggio, e così via.
La miglior risposta alla prima parte della domanda è racchiusa nel mio primo libro “Viaggio di sola andata”. Il manoscritto racconta la storia vera di un soldato, Giovanni Picciano, originario di Busso, un comune in provincia di Campobasso, che prese parte alla seconda guerra mondiale sul fronte russo vicino al fiume Don e che a tutt’oggi ha lo status di disperso in guerra. Di lui erano rimaste solo tre fotografie: una del matrimonio e due in divisa.
Poi più nulla. Non una lettera dal fronte, non una cartolina, non una notizia giunta ai familiari. Se non avessi racchiuso la sua storia nelle pagine del mio libro e i ricordi dei suoi nipoti, che oggi hanno una veneranda età, di quest’uomo si sarebbe perso il suo ricordo.
E’ stato un lavoro di studio e di preparazione molto importante e difficile, ma nonostante tutto siamo riusciti a mantenere la promessa che i suoi nipoti fecero sul letto di morte del fratello del soldato Giovanni Picciano: fare in modo tale che Giovanni non fosse dimenticato e che la sua storia fosse tramandata alle generazioni future. Giovanni Picciano nel libro è raccontato non solo come soldato, ma soprattutto come giovane uomo del suo tempo, con le sue passioni, le sue amicizie, la sua vita di giovane contadino del sud Italia.

Ne L’Italia capovolta racconti una famiglia del Sud che si trasferisce al Nord, raccogliendo anche i sentimenti e le esperienze incontrate durante i tuoi primi cinque anni a Bologna. Quanto c’è di autobiografico nel romanzo e cosa hai scoperto, attraverso le storie degli altri, sul tema dello spostarsi per cercare un nuovo destino?
Ovviamente c’è molto della storia della mia famiglia ne L’Italia capovolta visto che come tante famiglie del sud siamo stati costretti a lasciare la nostra terra natia per trovare un futuro migliore, soprattutto lavorativo, in quello che definisco il sud dell’Italia del nord, vale a dire l’Emilia Romagna e Bologna nello specifico.
Futuro migliore che abbiamo voluto dare anche e soprattutto a nostro figlio che meritava senza dubbio prospettive di crescita e di vita migliori. Per quanto riguarda, invece, le storie e le confessioni che ho raccolto da persone di diversa estrazione sociale e di diversa provenienza geografica a livello mondiale, posso senza dubbio dire che tutti i racconti avevano come punti in comune la rabbia di dover abbandonare la propria terra natia e la grande voglia di rivalsa per dimostrare a chi non aveva creduto in loro nel loro paese d’origine, il loro vero valore in una nuova terra dove poter esprimere a pieno il loro potenziale.
Nessuno di loro era spaventato dal fatto di dover ricominciare dal basso, dal gradino più basso, per poter ottenere quanto era giusto ottenere. L’importante era avere una seconda possibilità. La gente, forse perché sono un giornalista, si è confidata molto volentieri con me e tra i tanti racconti uno mi è rimasto nel cuore: un signore rumeno, addetto alle pulizie in un grande centro commerciale, mi ha raccontato la sua storia e la sua vita.
Aveva deciso di emigrare in Italia e a Bologna in particolare per motivi molto specifici: guadagnare abbastanza soldi per ristrutturare la sua casa e la sua terra in Romania per poi poterci ritornare una volta andato in pensione e dare un futuro migliore ai suoi figli, facendoli studiare in Italia, nelle scuole e nelle università italiane, affinchè potessero vivere una vita diametralmente opposta alla sua, una vita ricca di soddisfazioni umane e professionali anche se lontani dal paese d’origine. Lui non aveva richiesto la cittadinanza italiana solo esclusivamente perché voleva ritornare a “casa sua” una volta andato in pensione, mentre i suoi figli sono a tutt’oggi cittadini italiani e brillanti professionisti laureati negli atenei del nostro Paese.
Con La diversità è una risorsa la scrittura è diventata anche uno strumento concreto di solidarietà: il progetto legato al libro ha permesso di ristrutturare una scuola per bambini non vedenti in Ciad e acquistare nuove attrezzature scolastiche. Da dove nasce l’idea di trasformare un libro in un progetto capace di produrre un cambiamento reale?
Da una profonda amicizia. Un mio carissimo amico e collega è un amico d’infanzia di uno dei frati cappuccini che gestiscono una missione in Ciad. Parlando con lui mi ha raccontato la storia di questo suo amico d’infanzia e paesano e di quanto stanno facendo i frati cappuccini nella loro missione in Ciad, soprattutto per i bambini e le bambine ciechi.
Quindi mi sono chiesto come potevo rendermi utile e dare il mio piccolo contributo alla causa dei frati cappuccini che da oltre 60 anni sono presenti con le proprie missioni in Ciad e nell’Africa in generale. Così mi è venuta l’idea. Avendo avuto il pieno sostegno del mio editore abbiamo deciso di rinunciare ad ogni nostro compenso proveniente dal libro stesso e di devolvere l’intero ricavato della vendita alla missione dei frai capuccini di Padre Pio e della Provincia di Sant’Angelo. Detto fatto.
Ho avuto il privilegio di dialogare con fra Antonio Di Mauro il quale mi ha raccontato ciò che lui e i suoi confratelli svolgevano quotidianamente nella loro missione africana. Da questa chiacchierata è nato un testo che racconta il Ciad a 360 gradi e in particolare l’opera meritoria dei frati cappuccini e soprattutto le vicende dei bambini ciechi.
In sintesi con i soldi che abbiamo raccolto in lungo e in largo per l’Italia con le varie presentazioni del libro i frati cappuccini sono riusciti a ristrutturate l’Istituto Comprensivo, a realizzare i bagni per la scuola e a rinnovare tutto l’arredo scolastico compreso delle lavagnette speciali per aiutare i bambini e le bambine nello sturio della lingua Braille. Un bellissimo risultato ottenuto solo grazie al buon cuore di tutti gli italiani e delle comunità che mi hanno ospitato che hanno deciso di acquistare il mio manoscritto e di aiutare un gruppo di fratellini a molti chilometri di distanza.
Tra i tuoi lavori più recenti c’è Il Molise a tavola, nato da una scoperta molto personale: gli studi sulla gastronomia molisana lasciati da tuo padre dopo la sua scomparsa. Come hai vissuto il passaggio da quelle pagine private alla decisione di trasformarle in un libro, e quanto questo progetto rappresenta oggi un modo per mantenere vivo il suo ricordo?
Non sapevo nulla di questo lavoro di mio padre. Lui era un professore in pensione, ma la pensione non lo aveva abbattuto affatto. La sua forza è stata sempre una mente lucida, fresca, pronta ad imparare nuove conoscenze in tutti i campi. Uno studioso a 360 gradi che in passato aveva già pubblicato dei libri, ma non avevo conoscenza di questo suo ultimo desiderio. Un giorno, dopo la sua morte, sono andato nel suo studio e mi sono seduto alla sedia davanti al suo computer.
Non so perché ma ho deciso di accenderlo e con mia grande sorpresa mi sono apparse sul desktop alcune cartelle che contenevano un suo lungo studio sulla storia dell’enogastronomia molisana, nell’accezione più ampia del termine. Per come aveva impostato il suo lavoro ho subito compreso che il suo scopo era quello di trasformarlo in un libro e regalarlo alle persone a lui più care sia in ambito familiare sia in ambito amicale. Non potevo che realizzare questo suo ultimo desiderio anche se lo aveva tenuto celato ai più, e così è stato.
Dopo un lavoro di rifinitura e di impaginazione sono riuscito a fare ciò che papà non era riuscito a realizzare. Ovviamente devo ringraziare dal più profondo del mio cuore il mio editore che anche in questa occasione mi è stato vicino è mi ha supportato in ogni aspetto. Così siamo riusciti a fare uscire il libro “Il Molise a tavola” con la firma di mio padre Giuseppe prima del suo compleanno, il 22 novembre 2025, il primo senza la sua presenza fisica e per Natale lo abbiamo regalato a tutti i familiari e ai suoi migliori amici, a tutte quelle persone che hanno avuto un ruolo di primo piano durante la sua vita terrena.
La sorpresa è riuscita ancor di più perché ho fatto tutto senza avvisare mia madre, ma relazionandomi solo con mia sorella. Ho pensato che fosse il modo migliore per ricordare mio padre e per lasciare un suo ricordo indelebile su questa terra.
Hai raccontato sport, disabilità, migrazione, solidarietà, territorio e memoria familiare, passando dal giornalismo alla narrativa e alla saggistica. Guardando al tuo percorso, c’è una storia che ancora non hai raccontato e che senti particolarmente il bisogno di scrivere?
Al momento ho alcune idee da sviluppare nel mio prossimo libro, ma attualmente sono impegnato con l’organizzazione di un seminario per la formazione continua dei giornalisti con l’ODG e la Fondazione dell’Emilia Romagna dal tema “Comunicare la disabilità” che si svolgerà in diretta streaming nazionale il prossimo 3 dicembre.
Devo ancora scegliere quale di queste idee sviluppare e credo di rimandare al prossimo anno l’inizio del nuovo lavoro letterario. Una cosa è certa: continuerò a seguire il solco tracciato con i miei precedenti manoscritti e a raccontare storie valide e originali. Per fortuna non soffro della cosiddetta sindrome della pagina bianca, devo solo riordinare i pensieri e avviare la parte preliminare di studio e di approfondimento.
Non ho neanche la smania di dover scrivere un libro dietro l’altro, anche perché andrebbe contro i principi che ho ribadito in questa intervista e che sono da sempre i cardini della mia professione di giornalista/scrittore. Spero di aver sollecitato la curiosità di coloro che leggeranno questa intervista. Non mi resta che darvi appuntamento al prossimo anno quando troverete la mia ultima fatica letteraria sui principali store online e in libreria.