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Federico Puorro: «Le storie vengono a trovare me»

  • Frederick
  • 10 Ottobre 2026

Una cassa può diventare un terrazzo sul mondo. È da lì che Federico Puorro ha imparato a osservare le persone, raccogliere storie e trasformare la quotidianità in materia per i suoi racconti. Clienti distratti, situazioni surreali, battute improvvisate e piccoli paradossi della vita quotidiana sono entrati così nella sua scrittura, sempre sospesi tra ironia, leggerezza e riflessione.

Ma ridurre Puorro a una sola definizione sarebbe difficile. Nel suo percorso convivono il cassiere, il clown, l’attore e lo scrittore, quattro identità che si alimentano a vicenda e che hanno contribuito a costruire una voce narrativa personale. Nei suoi libri il sorriso diventa anche un modo per parlare delle persone, delle loro fragilità e delle contraddizioni della società.

Abbiamo parlato con Federico Puorro di scrittura e improvvisazione, delle storie più incredibili incontrate al supermercato, del valore dell’autoironia e della necessità di non perdere quel lato bambino che continua ad alimentare la sua creatività. Perché si può essere seri davanti ai problemi della vita senza diventare necessariamente seriosi.

Federico Puorro, tra scrittura, ironia e vita quotidiana

Il supermercato come osservatorio umano: Lei osserva l’umanità da un punto di vista piuttosto particolare: il bancone di una cassa. Poi ci sono il palco e, oggi, anche la pagina. Sono tre luoghi molto diversi. In quale di questi contesti le persone le sono sembrate più sincere? E quanto del Federico scrittore nasce proprio da ciò che ha visto e ascoltato lavorando come cassiere?

Le persone le scopri per quello che sono veramente alla cassa del supermercato. Assimilo la cassa quasi alla riunione di condominio. Sono posti in cui si vedono subito educazione, gentilezza e approccio alla vita. Poi, con l’esperienza, riesco a riconoscerle quasi subito. Infatti, nel mio quinto libro, Seduto sul terrazzo del mondo, parlo ampiamente, attraverso i racconti, delle persone che incontro alla cassa, il mio terrazzo sul mondo, e che mi suggeriscono storie, sempre nel rispetto della privacy. Vedo troppe persone tristi o addirittura arrabbiate e molte, tante, per niente. Inutilmente.

Pur non essendo uno psicologo o un sociologo, analizzo le persone e la società con ironia e propongo un percorso narrativo, attraverso le varie storie, che, alla fine, ci fa riconciliare con il nostro modo di vivere e, soprattutto, ci fa riscoprire la consapevolezza di essere nella parte più fortunata del mondo. Non bisogna gioire delle disgrazie altrui, ma fermarsi a capire dove e come viviamo. Questo mio libro serve, facendo anche ridere, a questo. Ci sono troppo individualismo, razzismo e cattiveria in giro.

Sul palco del teatro o della comicità è più difficile vedere realmente come sono le persone, perché sono lì per divertirsi. Quindi lasciano trapelare poco di se stessi. Sono spettatori. Invece, i bambini, con i quali ho un contatto più diretto perché faccio questi spettacoli non da un palco, ma in mezzo a loro, sono il pubblico più onesto che ci possa essere. Loro, se non funzioni, te lo dicono.

Per questo sono quelli che forse ti danno la soddisfazione maggiore. Quando hai fatto divertire e/o ridere 20, 30, 50 o più bambini, arrivi a casa stanco, quasi stremato, ma estremamente soddisfatto. E ti senti importante, più importante di alcuni politici, perché loro non solo non fanno ridere i bambini, ma fanno piangere anche gli adulti… La mia scrittura nasce dalla cassa, ma anche da tutte queste molteplici esperienze. Forse dico una banalità, ma non sono io che cerco le storie: sono le storie che vengono a trovare me…

Quando la realtà è più assurda della fantasia: Nei suoi libri prende situazioni assolutamente quotidiane e le porta verso il grottesco, trasformando comportamenti e piccole manie in materia comica. Le è mai capitato di incontrare una situazione talmente assurda da pensare che, se l’avesse inventata per un libro, nessuno ci avrebbe creduto?

Questo accade quasi quotidianamente. Per esempio, una volta si sono dimenticati una carrozzina per neonati. Hanno lasciato la carrozzina all’entrata del negozio e sono entrati a fare la spesa prendendo in braccio il bimbo. Alla fine sono usciti e si sono dimenticati la carrozzina.

L’abbiamo lasciata all’entrata del negozio per mesi, sperando che i genitori distratti venissero a riprenderla o a reclamarla, ma niente. Tempo dopo l’abbiamo data in beneficenza. Altro esempio: una cliente anziana ci ha chiesto di avere un impellente bisogno di un atto solido. Non potendo metterle a disposizione un bagno, gliene abbiamo preparato uno improvvisato con degli stracci nel retro del reparto ortofrutta.

Alla fine ha buttato tutto nel bidone degli scarti dell’ortofrutta, generando una puzza incredibile in tutto il reparto. Quando le abbiamo chiesto spiegazioni, ci ha risposto: «Ne avete tanti di stronzi (scusi il francesismo) in questo negozio, uno più uno meno…» Ancora adesso, quando racconto queste cose, mi chiedono se sono successe davvero o se le ho inventate io. Aggiungo che quello che accade lo condisco spesso con le mie improvvisazioni spontanee e lo traduco in narrativa.

Dove finisce la battuta e comincia la riflessione? La sua comicità fa ridere, ma spesso dietro una battuta c’è anche un’osservazione sui rapporti umani, sulle abitudini e sulle contraddizioni della vita quotidiana. Quando scrive, pensa prima alla risata o alla persona e alla situazione che sta raccontando? E c’è qualcosa che, attraverso l’ironia, riesce a dire meglio di quanto potrebbe fare prendendolo sul serio?

Entrambe le cose. Si cerca sempre la battuta più intelligente possibile, specialmente quando si scrive, ma nell’immediato, nell’improvvisazione, spesso vince la spontaneità. Penso più all’irrefrenabile voglia di vedere il sorriso del mio interlocutore, perché quando uno ride, mi fa un po’ meno paura e mi rivela la parte più bella di se stesso. Il sorriso è la prima e la più naturale forma di maquillage.

Quindi spesso i miei interventi, specialmente alla cassa, sono impregnati della leggerezza più basilare. In questo mi aiuta tanto la nomea di persona simpatica che mi sono fatto. Naturalmente, quando trasferisco le mie improvvisazioni sulla carta, per diventare narrazione, correggo e miglioro tutto, con l’esempio che farò più avanti sul carrello.

L’ironia è importantissima per la vita in genere. L’ironia è la distanza che riusciamo a prendere dai guai che inesorabilmente ci capitano. E poi, con l’ironia, riesci a dire cose che non potresti mai dire seriamente perché suonerebbero offensive.Per esempio, ormai c’è un malcostume consolidato di non prendere più il cestino o il carrello e la gente si accatasta tutti i prodotti sulle braccia, nelle mani, sotto le ascelle, in mezzo alle ginocchia, facendo una fatica incredibile e rischiando che i prodotti cadano per terra e si rompano, e spessissimo questo succede.

A questi signori dico: «O avete lavorato al circo Orfei come acrobati, equilibristi, funamboli e giocolieri o prendete il carrello. Perché ciò che non porta il carrello lo trasporta il nostro cuore e/o la nostra schiena. Sul cuore di pesi ne abbiamo già tanti e di schiena ne abbiamo una sola, mentre noi di carrelli ne abbiamo tantissimi e, con il semplice investimento di un euro, vi assicurate l’uso esclusivo di un carrello che trasporta tutto il peso per voi. E l’investimento, se il meccanismo della moneta non si inceppa, potete recuperarlo facilmente. Prendete il carrello, per favore».

Alla cassa non dico tutta questa pappardella, ma ci vado vicino nel senso e nello scopo. Invece, quello che ho scritto sopra è finito in un mio spettacolo e in un mio libro. Pensate che ho visto persone letteralmente piangere alla cassa perché operate all’anca, oppure con il mal di schiena cronico e/o alle spalle, ma non prendevano il carrello. Alcune sono morte senza che avessero mai imparato ad ascoltarmi.

Federico Puorro

Il clown, lo scrittore e il bambino: Da oltre vent’anni porta in scena anche spettacoli per bambini, mentre nei suoi libri per adulti rimane molto presente una comicità giocosa, surreale e autoironica. Quanto del bambino che è stato è ancora presente nel comico e nello scrittore che è diventato? E secondo lei perché, crescendo, impariamo così facilmente a smettere di giocare?

Mi piace dire che sono un bambino al quale sono caduti addosso un sacco di anni senza accorgersene. Io non smetto quasi mai di giocare. Si può ridere veramente su quasi tutto. Pensi che una volta ero al pronto soccorso con un’emorragia interna in corso e questa cosa, mentre mi sottoponevo a esami vari, mi ha ispirato un pezzo comico che poi ho scritto di 3/4 minuti.

A testimonianza di questo, le lettrici e i lettori mi dicono che i miei libri, ancorché pregni di leggerezza, quasi mai di superficialità, si leggono d’un fiato perché uso una scrittura quasi sempre semplice e scorrevole. Mi dicono addirittura che alcuni li tengono sul comodino perché, dopo una giornata stressante, leggere qualche mia pagina li aiuta a rilassarsi e poi a prendere sonno più facilmente e serenamente.

Per fortuna sono rimasto ancora tanto bambino, nel bene e anche un po’ nel male… Però, secondo me, uno dei guai del mondo è che troppi dimenticano il bambino che è in loro. Si fanno travolgere da problemi anche banali. Proprio perché prendono le cose troppo seriamente. Bisogna essere estremamente seri quando si affrontano i problemi, ma mai, mai seriosi, nei limiti del possibile. Per questo l’ironia è fondamentale!

Ridere di sé prima che degli altri: Sono caduto dalle scale col girello è già dal titolo una dichiarazione di autoironia. Raccontarsi attraverso le proprie cadute, i propri difetti e gli episodi meno gloriosi significa anche esporsi. C’è qualcosa della sua vita che oggi riesce a trasformare in una risata e che, qualche anno fa, avrebbe invece vissuto con molto più imbarazzo?

L’autoironia è vitale. Mai prendersi troppo sul serio. Come accennavo sopra, si può ridere di quasi tutto, anche delle cadute. E nel mio caso, che cadute! Pensate che sono riuscito a far ridere anche al cimitero mentre si svolgeva la tumulazione della mia povera mamma. Si piangeva e si rideva. Qualcuno avrà pensato che sia stato superficiale o che non stessi soffrendo. Non è così.

Anzi, dopo 7 anni sono ancora, in parte, sotto un treno per la sua mancanza. E ritorniamo al bambino di cui sopra. Però, mia madre, proprio negli ultimi giorni, quando ero al suo capezzale e soffriva terribilmente, provavo a distoglierla dalle sofferenze facendola ridere e, con un filo di voce, mi disse: «Ridi, ridi per cent’anni, figlio mio».

A ulteriore testimonianza, proprio in Sono caduto dalle scale col girello, racconto della morte del mio povero papà, avvenuta in seguito a un gravissimo episodio di malasanità finito anche nei TG nazionali, a suo tempo. Ebbene, a distanza di 25 anni, nella rielaborazione di quel lutto che mi ha lacerato a soli 29 anni e che poi mi ha costretto a subire un intervento a cuore aperto, ho usato quell’episodio in maniera, se non comica, ironica e satirica, nel quarto libro dal titolo C’è chi può e chi non può… io Puorro. Ho citato due situazioni limite, per far capire quanto sia importante prendere una certa distanza dalle cose che ci accadono. Nei limiti del possibile…

Il paradosso dello scrittore che non si aspettava di diventarlo: Nella sua storia c’è un piccolo paradosso: ha lavorato come cassiere, ha fatto il clown, l’attore e il comico, ma i riconoscimenti più importanti sono arrivati proprio dalla scrittura, tanto da sorprendere persino lei. Quando ha capito che quelle storie nate dall’osservazione e dall’umorismo potevano avere un valore anche al di là della semplice risata? E oggi si sente ancora più comico che scrittore, o questa distinzione non esiste più?

Scrivevo battute da sempre, perché sognavo di fare il comico. La vera svolta è avvenuta nel 2007, quando, insieme ad altri allora sedici aspiranti, abbiamo fondato il gruppo di scrittori piacentini dei Volatori Rapidi. Insieme abbiamo pubblicato cinque libri. Con loro e attraverso il confronto costante, e da alcuni incoraggiato, ho capito che la mia scrittura poteva avere un grande valore anche, scusi la presunzione, taumaturgico.

Addirittura, la mia correttrice di bozze, bravissima scrittrice, assimilava i miei racconti alla pittura, dicendo che un “Puorro” si riconosce sempre dallo stile e dalla comicità malinconica e riflessiva.

Così ho cominciato a “volare” da solo nel 2011. Io mi sento tutto: cassiere, attore comico, clown e scrittore. Mi sento stretto in qualsiasi singola categoria. Avrei voluto vivere di comicità o di scrittura e ci ho provato per un po’, ma le condizioni di salute mi hanno costretto a scegliere il certo per l’incerto, per lo stipendio fisso come cassiere.

Questo mi limita nel tempo che posso dedicare alla comicità e alla scrittura, ma non mi ferma. Anzi, è alla cassa che provo spesso i miei testi comici o prendo spunto per le mie storie. Pensi che proprio in questi giorni il mio primo libro pubblicato, come accennavo sopra, nel 2011, per festeggiare i miei primi 20 anni da cassiere, dal titolo Il cliente ha sempre… la ragione?, e poi ripubblicato autonomamente su Amazon con il titolo Ha la tessera-battute di cassa, è risultato essere fra i 200 libri più belli d’Italia nel 2026, nel concorso nazionale Tre colori.

Nella classifica ufficiosa è al diciottesimo posto, ma a dicembre gareggerà per la classifica definitiva. Devo dire che non scrivo solo comicità. È sempre di questi giorni una menzione speciale, nel concorso “Storie a Tavola” di Coop, per un mio raccontino da ghost writer dal titolo Il prezzo della libertà, scritto contro la violenza sulle donne. Ed è stato selezionato per leggerlo in pubblico fra i circa 700 arrivati da tutta Italia.

Come un altro premiato, anch’esso che s’intitola Parolona, sempre sullo stesso tema. E ancora il racconto Farfalla sognatrice, premiato in un concorso nazionale a Napoli. Tutti su un tema a me molto caro: fare qualcosa contro la violenza sulle donne. Quindi, leggerezza sì, ma non banalità.

Devo dire, per concludere, che, nonostante questi premi o altri che potranno arrivare, e che all’inizio mi hanno sorpreso, credo che non riuscirò mai a montarmi la testa perché sono ancora molto bambino e molto clown. E il clown, come lo conosciamo oggi, nacque in Inghilterra intorno al 1800, per caso. Allora, nei circhi, vi erano per lo più spettacoli equestri. I cavalli, come tutti gli animali, rilasciano le proprie deiezioni e c’erano delle figure che si occupavano di ripulire la pista. Questi spesso scivolavano sui ricordini dei cavalli e provocavano ilarità nel pubblico. Da quelle figure nacquero i clown.

Quindi ogni tanto scivolo metaforicamente e questo mi riporta drasticamente alla realtà. Poi, per citare il terzo libro che manca nelle citazioni, ma che è l’unico, tranne un racconto brevissimo, che non contiene narrativa inerente al supermercato, non posso montarmi la testa anche perché, come recita il titolo, rimarrò sempre: L’uomo che “sussurrava ai carrelli”. La ringrazio tantissimo per questa bellissima intervista. Spero di non aver tediato, di essere stato un po’ interessante e di aver stimolato curiosità.

E la curiosità è quella che ci mantiene giovani e, perché no, ancora bambini… ma proprio perché cresciuti responsabili! Responsabili verso il nostro prossimo, verso il pianeta, verso le cose che ci circondano…

Scopri la rubrica Volti e storie.

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