Che cosa resta dell’essere umano quando la tecnologia arriva a simulare i sentimenti, prolungare una presenza oltre la morte e influenzare le decisioni sulla vita? Sono alcune delle questioni affrontate da Annarita Stella Petrino in Non quando esso vive, raccolta di cinque racconti di fantascienza filosofica pubblicata nel 2026 da SelfPro Editore.
Scrittrice abruzzese, nata a Giulianova, in provincia di Teramo, Petrino ha costruito negli anni un percorso letterario incentrato sul rapporto tra progresso scientifico, identità e responsabilità individuale. Un interesse che attraversa opere come Quando Borg posò lo sguardo su Eve e Le città galleggianti, entrambe vincitrici del Premio Ernesto Vegetti per il Miglior Romanzo di Fantascienza, rispettivamente nel 2020 e nel 2023.
Con la nuova raccolta, l’autrice torna a interrogare il presente attraverso scenari nei quali intelligenza artificiale, coscienza digitale, ricostruzioni olografiche e tecnologie mediche mettono alla prova le convinzioni dei personaggi. Non si tratta soltanto di immaginare ciò che il progresso potrebbe rendere possibile, ma di chiedersi quali conseguenze derivino dalle scelte compiute dagli esseri umani.
Abbiamo parlato con Annarita Stella Petrino di etica, letteratura e intelligenza artificiale, approfondendo il ruolo della fantascienza filosofica e il confine, sempre più complesso, tra ciò che possiamo realizzare e ciò che dovremmo davvero fare.
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Annarita Petrino e il confine tra umanità e intelligenza artificiale: intervista a Non quando esso vive
1. Nei suoi racconti la tecnologia non si limita a modificare la realtà: arriva a mettere in discussione concetti che consideriamo fondamentali, come la vita, la morte e l’identità. Se una ricostruzione olografica riuscisse a restituirci la voce e le sembianze di una persona amata, ma non potessimo sapere con certezza se dietro quella presenza esista ancora una coscienza, saremmo davvero di fronte a un ritorno o soltanto a una forma più sofisticata di assenza? È da interrogativi come questo che nasce Non quando esso vive?
Annarita Stella Petrino: Esattamente, avete centrato in pieno il punto. È lo stesso interrogativo che dobbiamo porci di fronte ad applicazioni come ChatGPT, Claude e simili. C’è davvero il ritorno di qualcosa nelle risposte che danno oppure è soltanto una sofisticata forma di assenza, capace di simulare alla perfezione le emozioni umane?
Facciamo ancora un passo avanti, questa volta più ardito. Nel film Intelligenza artificiale di Steven Spielberg, è più forte il desiderio di tornare a essere madre di Monica, la donna con il figlio in coma, oppure quello di diventare un bambino vero di David, il piccolo robot umanoide?
Di fronte a ChatGPT siamo noi a desiderare che esso provi davvero dei sentimenti per noi oppure è esso a desiderare di provarli?
2. Nel racconto Judy Bow il confine tra diritto alla vita e diritto alla morte diventa materia di confronto. Quando la medicina e la tecnologia rendono possibili scelte che un tempo appartenevano soltanto all’immaginazione, la letteratura può diventare uno spazio in cui mettere alla prova le nostre convinzioni morali senza offrire risposte definitive? Come ha affrontato, sul piano narrativo, il rischio di trasformare una questione etica complessa in una contrapposizione tra ragioni apparentemente inconciliabili?
Annarita Stella Petrino: Si è trattato inizialmente di un esperimento, molto difficile, devo dire, ma che alla fine è perfettamente riuscito. Credo che l’ambientazione fantascientifica — che poi tanto fantascienza neanche è — aiuti il lettore a diventare davvero un membro della giuria chiamata a decidere se a Judy Bow debba essere o meno accordato il «permesso» di morire. La tecnologia senza etica genera mostri, a mio avviso, e la fantascienza è il canale privilegiato che permette di sviscerare a fondo questioni di natura etica nate dall’uso delle nuove tecnologie in campo medico.
La domanda è: fino a che punto è lecito spingersi? È davvero giusto fare tutto ciò che la tecnologia permette?
3. In Non quando esso vive e negli altri racconti della raccolta, il progresso assume forme diverse: intelligenza artificiale, coscienza digitale, dispositivi impiantati nel corpo e tecnologie capaci di prolungare artificialmente una presenza. Eppure, il vero conflitto sembra nascere dalle decisioni umane più che dalle innovazioni stesse. Nel costruire queste storie, qual è il momento in cui una possibilità scientifica smette di essere soltanto un’idea suggestiva e diventa un dilemma capace di mettere il personaggio davanti a una scelta irreversibile?
Annarita Stella Petrino: Come dicevo prima, tutto nasce innanzitutto dal nostro desiderio o dalla nostra incapacità di accettare la perdita di una persona.
Il «testamento digitale» è già una realtà. Basti pensare a quando muore qualcuno che ha un profilo Facebook. Quanti sono quelli che scrivono messaggi di addio sulla sua bacheca o sulla propria, taggando quella persona? L’ho sempre trovata una cosa davvero inquietante, ma la verità è che quel profilo continua a esistere anche dopo la morte della persona che lo possedeva e continuerà a esistere fino a quando non verrà cancellato. Il momento in cui una possibilità scientifica smette di essere un’idea suggestiva e diventa un dilemma è proprio quello in cui decidiamo di sostituire la nostra umanità con la tecnologia.
Lo screening del bambino che una donna porta in grembo serve a verificare se il nascituro è sano ed è una cosa buona. Ma se questo stesso screening diventa per il bambino una condanna a morte, perché rivela malformazioni o altro, la responsabilità è della tecnologia o della persona che la usa per decretare quale vita sia degna di essere vissuta e quale no?

4. La fantascienza ha la possibilità di spostare nel futuro problemi che, in realtà, sono già presenti nelle nostre vite. Pensiamo all’intelligenza artificiale, che sta cambiando il nostro rapporto con le immagini, le informazioni e persino con la creatività. Quando scrive, parte da una domanda che il presente le pone oppure immagina prima uno scenario narrativo e scopre soltanto in seguito quanto possa essere vicino alla realtà? E le è mai capitato che una riflessione nata durante la scrittura le facesse guardare diversamente qualcosa che considerava scontato?
Intanto dobbiamo dire che la fantascienza fa proprio questo: immagina quali possono essere le conseguenze di un’invenzione tecnologica nella vita dell’uomo. Ha sempre fatto questo e sempre lo farà. Per cui parto sempre dalla realtà, dai quesiti che essa mi pone, dall’osservazione delle direzioni prese dall’umanità rispetto ad alcuni temi fondamentali. Poi scrivo per interrogare il lettore su quelle scelte e aiutarlo a riflettere sulle possibili conseguenze. Certo che mi è capitato, perché non è infrequente che io metta nella mia scrittura più di quanto vorrei e porti a galla anche le mie contraddizioni personali. Mi capita spesso di rileggere, a distanza di molti anni, vecchie produzioni e trovarvi una visione diversa delle cose.
5. La sua produzione attraversa oltre vent’anni di scrittura, dagli esordi con Ragnatela dimensionale ai romanzi premiati Quando Borg posò lo sguardo su Eve e Le città galleggianti, fino a questa nuova raccolta. In un genere che spesso viene associato soprattutto alle invenzioni scientifiche e alla costruzione di mondi alternativi, quanto conta per lei la dimensione interiore dei personaggi? E come si evita che un’idea filosofica forte finisca per dominare la storia, lasciando in secondo piano le fragilità, i desideri e le contraddizioni di chi la attraversa?
In tutti i miei romanzi e racconti il mio unico obiettivo è stato lo stesso che si poneva Isaac Asimov con i suoi robot umanoidi e non. Leggendo il grande maestro si potrebbe pensare che lui scrivesse di robot o di macchine. Non è così. Lui ha sempre scritto dell’uomo, delle sue fragilità, delle sue paure, delle sue contraddizioni, e lo ha fatto mettendo l’uomo di fronte alla sua creatura più temuta: il robot umanoide dotato di cervello positronico, in tutto e per tutto simile a lui. Simile, ma non uguale.
Io cerco di fare la stessa cosa. Che siano i Borg che abitano le Contee, gli abitanti di Veneraria, la Città Galleggiante principale del pianeta Venus, oppure i protagonisti dei racconti di fantascienza filosofica, l’obiettivo è sempre quello: indagare l’animo umano. È questo che deve emergere, ed emerge, nei miei scritti.
6. Il titolo Non quando esso vive contiene già una tensione: sembra suggerire che esista un confine oltre il quale intervenire sulla vita possa significare alterarne la natura, anziché salvarla. Al termine della lettura, quale domanda vorrebbe che restasse nella mente del lettore, magari proprio quella a cui non è possibile dare una risposta rassicurante? E se dovesse scegliere una sola conquista tecnologica del futuro davanti alla quale l’umanità dovrebbe fermarsi a riflettere prima di procedere, quale sarebbe?
Il pronome «esso» del titolo si riferisce all’amore, a quel sentimento forte presente in tutto il racconto che la tecnologia cerca di annullare e che non risulta giusto uccidere fino a quando c’è un cuore che batte ad alimentarlo. Vorrei che al lettore rimanesse esattamente questo interrogativo: vale davvero la pena barattare la nostra umanità con la tecnologia?
Per rispondere alla vostra ultima domanda, direi che l’umanità deve fermarsi prima di procedere con lo sviluppo e l’educazione dell’intelligenza artificiale. Quest’ultima rappresenta, a mio avviso, la più grande conquista tecnologica di tutti i tempi, ma anche la più pericolosa. È stata immaginata prima ancora che fosse noto il termine «intelligenza artificiale», ma le sue implicazioni e, soprattutto, il suo sviluppo rischiano di andare ben oltre la nostra immaginazione e la nostra capacità di controllo.