Recensione: Palermo di Giorgio Vasta e Ramak Fazel

Oggi Daniela di Daniela Carletti – Autrice per l’appuntamento del libro, ci parla di Palermo di Giorgio Vasta e Ramak Fazel nell’edizione di Humboldt Books

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Recensione di Palermo di Giorgio Vasta e Ramak Fazel a cura di Daniela Carletti

Palermo
Palermo

“Palermo” è quello che si definisce un fototesto o iconotesto, ovvero una composizione letteraria coadiuvata da immagini. Si tratta in pratica di un libro illustrato (come viene definito da sempre: si pensi ai codici miniati che i monaci nel medioevo creavano per conservare al mondo la letteratura classica).
In questo caso l’opera letteraria di Giorgio Vasta è affiancata da “City of Phantoms”, l’insieme delle foto di Ramak Fazel, in cui l’autore sintetizza il modo in cui Palermo si manifesta “Della città ci sono i luoghi, i corpi, le situazioni: la luce e l’ombra: i suoi fantasmi” (pag. 52).

Il primo dato che risulta evidente nel libro, è il tentativo di scrivere un’autobiografia che sia quanto di più lontano dal consueto; lo stesso vale per il titolo: è logico pensare che il testo parli della città di Palermo, mentre invece si tratta di tutt’altro.

Il racconto sui generis, caratterizzato da una spiccata ambientazione surreale, diventa la storia della ricerca di sé in un viaggio condotto sulla scia della luce.

Il presupposto reale da cui si parte è un software in grado di illuminare un qualunque oggetto creato appositamente al computer (render), con la luce di una determinata ora solare di uno specifico giorno di una qualunque città contemplata dal programma.

Non si tratta perciò della luce intesa in senso artistico (come ad esempio quella che i fotografi riescono a cogliere nei loro scatti), ma di una luce (come quella delle foto di Fazel) che è al tempo stesso illuminazione interiore, quanto veicolo per compiere un cammino durante il quale, ogni esperienza, anche la più banale (come affittare una camera d’albergo), viene trasformata in un viaggio mistico che attraverso percorsi trascendenti porta ad un gradino sempre più alto verso il ritrovamento di sé “Dopo aver percorso scale e corridoi lunghissimi…dopo essere penetrato in botole che si aprivano nel pavimento ed essermi arrampicato lungo scalette come quelle delle navi che sbucavano in ulteriori disimpegni, raggiungevo barcollante la mia camera remota” (pag. 17).

È così che il protagonista ci porta nel cuore delle sue origini, a Palermo che, come un “dinosauro ignaro di se stesso e ignoto al protagonista”, attende indolente di essere svelata non in quanto città, ma come tramite che stabilisce il legame tra presente e passato attraverso l’invisibile contenuto nella luce.

Nell’antica casa di famiglia, per mezzo di oggetti riportati indietro nel tempo grazie alla luce dell’epoca, si stabilisce il contatto tra il sé e le proprie radici a lungo subodorate ma mai focalizzate “Ero un grottesco re magio che dopo aver girovagato per anni seguendo le strie di innumerevoli comete giunge infine al cospetto della sua stessa natività: l’istante eterno dove tutto svanisce e il legame appare.” (pag. 44).

Indubbiamente interessante l’idea di una “autobiografia nella luce”, come pure il tentativo di creare una scrittura diversa che sembra quasi volersi affrancare dalla materia stessa di cui si compone “Sentivo ancora negli occhi la luce che pochi secondi prima penetrava crepitante nella carta del giornale vanificando l’inchiostro, facendo delle parole trasparenza” (pag. 19).

La resa tuttavia, risulta non proprio agevole, sia in ragione di alcune parti volutamente ripetute, sia per la mancanza di fluidità del discorso reso impervio da una concatenazione di immagini trasmesse “alla velocità del pensiero”, sia per la soppressione in alcuni elementi della punteggiatura (allo scopo di conferire al testo il carattere di un flusso ininterrotto), fatto questo che genera un maggior disagio, laddove un punto o una virgola servono semplicemente a favorire la comprensione.

Da notare inoltre che se il testo si avvale talora di dati scientifico-tecnologici, li rigetta poi in altre parti per giustificare il discorso “… ho guardato…le particelle di luce sui rami dei mandorli fioriti” (pag. 22); “la pellicola del resto, è materia, la luce è materia e la materia si trasforma” (pag.39).
Tuttavia il tentativo letterario, quando non limitato alla sterile decostruzione, è sempre apprezzabile.
Infine, come già accennato, anche l’album di foto che fa da corredo al testo, va inteso nell’accezione propria del suo autore:

Fazel non intende cogliere scorci di Palermo seppur città natale del protagonista, bensì intende mostrare che anche le foto, come la luce per Vasta, possono mostrare l’invisibile, ovvero ciò che sta dietro l’immagine stessa, anche se, francamente, questo succede sempre con l’arte in genere.
Daniela Carletti

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