La Sicilia di Mafia: The Old Country non è solo uno sfondo narrativo ma è materia viva, fatta di luce, polvere e tradizioni che si intrecciano con la storia. Dopo aver concluso il gioco, più che soffermarmi sulle dinamiche o sulle recensioni già ampiamente discusse nel web ho sentito il bisogno di guardare altrove nei luoghi e, soprattutto, al cibo.
La ricostruzione della Sicilia dei primi del ’900 colpisce per atmosfera e suggestione anche se si tratta di un videogioco. Anche se la narrazione scorre veloce e la mappa non sempre invita all’esplorazione libera, c’è qualcosa che resta ovvero il piacere del viaggio. Attraversare strade sterrate tra vigneti e costa, osservare il paesaggio cambiare lentamente, respirare quell’identità visiva così forte. La villa dei Torrisi, con il suo vigneto, diventa il centro simbolico di questo mondo e non solo quartier generale, ma spazio in cui il cibo e il vino raccontano potere, appartenenza e ritualità.
Geografia immaginata, identità reale in Mafia: The Old Country
Il gioco costruisce una Sicilia verosimile, pur senza riprodurla fedelmente in modo letterale. Il vulcano richiama chiaramente l’Etna, mentre la presenza dei templi e delle miniere di zolfo rimanda all’area tra Agrigento, con la Valle dei Templi e il tempio della Concordia, e Caltanissetta. Porto Almaro evoca invece borghi marinari come Cefalù e Marzamemi, insieme alle coste del palermitano e a Palermo stessa, che fa da sfondo a diverse missioni con luoghi iconici come il maestoso Teatro Massimo Vittorio Emanuele e le suggestive Catacombe dei Cappuccini; da qui arrivano anche richiami alla tradizione della mattanza del tonno, tipica delle Egadi come Favignana. San Celeste o come le saline di Trapani, infine, appare come un condensato dell’entroterra siciliano, affine per atmosfera a Corleone: non un luogo preciso, ma una sintesi credibile di tanti paesi dell’isola, sospesi tra colline, silenzi e memoria.
Se si prova a collocare questa geografia narrativa, la costa meridionale e in particolare l’agrigentino appare come la chiave di lettura più coerente. È una Sicilia reinterpretata, che mescola elementi reali in un equilibrio funzionale al racconto, mantenendo però una forte riconoscibilità culturale.









La cucina come racconto
Uno dei momenti più interessanti arriva quasi in sordina, in una missione in cucina, sotto lo sguardo vigile di Valentina. Qui il gioco rallenta e cambia registro. Non sei più solo parte di una storia criminale, ma entri in uno spazio domestico, fatto di gesti concreti e tradizione.
Tra i dettagli, spicca una ricetta annotata a mano e, soprattutto, un riferimento che apre una finestra sulla cultura siciliana più autentica: u strattu, l’antico concentrato di pomodoro che trovi fuori nell’atrio di Villa Torrisi.
U strattu: l’oro rosso
La preparazione dello strattu è un rituale che appartiene a un tempo in cui la cucina era strettamente legata ai cicli naturali. I pomodori venivano cotti, passati e poi stesi su grandi tavole di legno, lasciati al sole per giorni interi. Le strade e i cortili si trasformavano in cucine all’aperto, dove ogni gesto aveva un ritmo preciso.
Il composto veniva lavorato continuamente: girato, controllato, protetto. Bastava un errore con l’umidità della sera, un’esposizione sbagliata per compromettere tutto. Con il passare delle ore, il sole faceva il suo lavoro: l’acqua evaporava, il colore si intensificava, la consistenza diventava sempre più densa, fino a trasformarsi in una pasta scura e concentrata, ricca di sapore.
Non era solo una tecnica di conservazione, ma una forma di conoscenza tramandata. Lo strattu era una riserva di estate, un ingrediente capace di dare profondità ai piatti nei mesi più freddi. Un vero “oro rosso”, nato da pazienza e precisione.




Oggi, queste pratiche sopravvivono più come memoria che come quotidianità. Eppure, vederle emergere anche solo accennate in un videogioco è significativo. Non è semplice decorazione è un modo per radicare il racconto in una cultura concreta.
Mafia: The Old Country non sarà perfetto nella sua struttura, ma riesce in qualcosa di più sottile: trasformare il cibo e il paesaggio in strumenti narrativi, frutto di un lungo lavoro di ricerca e del viaggio del team in Sicilia. E in quel dettaglio apparentemente secondario, una ricetta, una cucina, il sole che asciuga il pomodoro, si nasconde forse uno degli elementi più autentici dell’intera esperienza, soprattutto per chi, come me, ha una sensibilità particolare verso il mondo della gastronomia.